Il percorso verso la donazione è iniziato mesi prima, con una telefonata che mi informava che una persona era compatibile con me e aveva bisogno di un trapianto.
Sono sempre stata una persona con una grande paura degli aghi, degli ospedali e di qualsiasi procedura medica. Ammetto di aver avuto paura, ma il pensiero che ci fosse qualcuno così simile a me, che aveva bisogno della sua “copia genetica” per continuare a vivere, non mi ha lasciato alcun dubbio.

Da lì ho detto il mio primo “sì” e mi sono recata al centro trasfusionale più vicino per verificare la compatibilità con la persona che avrebbe ricevuto la donazione. Successivamente è iniziato il percorso di accertamento del mio stato di salute, durante il quale il dottor Marco mi è stato sempre accanto, pronto a rispondere a ogni mio dubbio.
È stato proprio in questa fase che ho capito che, nonostante io sia una grande fifona, c’è chi convive ogni giorno con aghi, esami, ecografie e terapie, e affronta paure molto più grandi delle mie. Ho immaginato tante volte come poteva essere la vita della persona dall’altra parte e il solo pensiero ha dato tanto coraggio anche a me.
Ho donato attraverso il sangue, in termini tecnici “per aferesi”. Credo che la parte più impegnativa siano stati i giorni precedenti (in cui la stimolazione mi ha dato qualche dolore osseo) e il fatto di dover restare ferma per quattro ore durante la donazione vera e propria. Anche se, tutto sommato il tempo passa in fretta. Con me c’era mia madre, l’infermiere Giuseppe (che ringrazio ancora per la pazienza) e uno staff medico a mio parere impeccabile.
E poi sono stata molto fortunata ad avere la mia famiglia e il mio compagno che mi hanno sempre sostenuta.
La cosa che ricorderò più di ogni altra di quel giorno è che, nella stessa sala in cui donavo, c’era qualcuno che, proprio in quel momento, stava ricevendo la possibilità di ricominciare.

Oggi penso che donare cambi profondamente la prospettiva di vedere le cose e che tutto ruoti attorno a una parola: vivere. È una parola enorme, forse persino troppo generica. Ma mi piace pensare che il midollo osseo possa permettere a te che lo hai ricevuto di correre, guidare, abbracciare chi ami o semplicemente mangiare una pizza.
È stato con questo pensiero che mi sono seduta quel giorno sul lettino dell’ospedale: “Un po’ della mia energia diventerà la tua.”






